venerdì 28 novembre 2014
Morte di un uomo felice
Gli anni passano e quello che era, a torto, un eterno presente diventa passato, quasi già storia.
Questo libro ti butta indietro, in un'epoca - sono passati quasi quarant'anni ormai - che necessariamente ti sei buttato alle spalle, sebbene ancora difficile da digerire.
Ricordo molto bene la mattina in cui il giudice Alessandrini è stato assassinato, a Milano, in mezzo alla strada - credo zona viale Umbria, ma non è fondamentale il luogo - in modo barbaro e, come sempre, traditore e vigliacco.
Il libro è straordinario perché si tiene alla larga dall'indagine in sé, non entra nei meandri investigativi, non è - perdonatemi la terribile esemplificazione - un giallo.
L'autore ci conduce nella conoscenza dell'uomo, delle sue crescenti angosce, del suo impegno familiare, delle sue crisi esistenziali e politiche, ci trascina dentro la sua personalità, raccontandocela.
Una prova di forza, questa dell'autore. Senza cadere nelle banalità qualunquistiche tipiche di certe analisi o racconti su quel periodo.
Un libro intimo, estremamente intimo, che ci sbatte in faccia la realtà privata, sempre trascurata dalla pubblica indignazione.
Bellissimo.
lunedì 20 luglio 2009
La guerra dei figli
di Lidia Ravera - Garzanti
Il terrorismo, gli anni ’70, l’attacco al cuore dello stato, il delitto Moro. Temi forti, sconvolgenti, pieni di sangue e dolore. Saggi, racconti in prima persona, pentimenti, romanzetti di bassa
qualità. Molti sputansentenze senza arte né parte, solo al soldo del potente di turno.
Questa fatica di Lidia Ravera è totalmente diversa di tutte quelle che ho già incontrato e che hanno affrontato il tema della ‘guerra civile’ in Italia in quegli anni.
E’ l’unico libro che affronta il tema della deriva terroristica dal di dentro di una famiglia. Ma soprattutto con gli occhi di una sorella, minore, della ‘compagna che ha sbagliato’.
E’ impressionante vedersi catapultare all’interno delle dinamiche familiari - come se fosse la tua! - alle prese prima con una sana e pulita ribellione, poi con un contrasto che porta alla ‘fuga’ dalla famiglia, e poi ancora, drammaticamente, doversi misurare con la clandestinità di una sorella, con le sua azioni criminose e con il suo forzato esilio.
E il libro, almeno per me, è tutto lì.
L’evoluzione di una rapporto tra sorelle, da sempre unitissime, da amore, complicità, copertura reciproca e trasgressione adolescenziale, per poi diventare angoscia e preoccupazione, fino a sfociare nella presa di coscienza e quindi nell’abbandono di un rapporto che ormai non poteva più esistere.
Un libro, duro, intimo, trascinante in alcune parti. Un libro che trasuda sofferenza, quella vera. Un libro sulla fine di un amore, quello più puro, tra sorelle (o fratelli).
La Ravera è straordinaria. Anche questa volta.
sabato 28 marzo 2009
La notte che Pinelli
Per la mia generazione Piazza Fontana è uno dei momenti chiave della crescita.
Ha segnato non solo la storia di questo allucinante paese ma ha fatto da spartiacque nella vita di molti.
Al liceo c'era un ragazzo (non nella mia classe, io non l'ho mai conosciuto) che quel giorno era in banca con i genitori. La bomba gli aveva portato via completamente le gambe. Lo ricordo bene venire a scuola claudicante, immagino con protesi.
Le falsità distribuite a piene mani, 'la strage di stato', il mostro Valpreda, gli anarchici mentre noi sapevamo che erano i fascisti longa manu di qualcun'altro; tutto questo è stato per anni motivo di lotta e di indignazione.
Ma voi lo sapete che il processo si è concluso senza nessun colpevole?
Questo libro di Sofri è straordinario perché è un libro di storia. Sciorina una serie di elementi, documenti, riporta interrogatori, cifre, dati e date in modo puntiglioso, e traccia uno scenario su uno degli accadimenti più drammatici del post-strage: la morte di Pinelli, anarchico molto conosciuto a Milano (e molto bene anche dalla questura) che la notte tra il 15 e il 16 dicembre, dopo giorni di fermo, precipita dal quarto piano della questura e muore poco dopo.
Sofri, poi accusato di un aver fomentato una campagna d'odio attraverso i giornale Lotta Continua e quindi arrestato e condannato in linea definitiva come mandante dell'omicidio di Calabresi, il commissario che conduceva l'interrogatorio, ci racconta tutto e ci lascia alla fine con un 'Non lo so che cosa sia successo quella sera'.
Ognuno ha le proprie convinzioni, e le mie non me le cambierà mai nessuno.
Rimane però il sapore acido e rancido in gola a proposito del teatrino e dei giochini che sono stati perpetrati per anni, facendo in modo che tutto venisse di fatto messo a tacere.
Giuseppe Pinelli, come Calabresi, era padre di famiglia e faceva il ferroviere.
Papà compratelo per farlo leggere ai vostri figli, ragazzi acquistatelo per regalarlo a vostri papà in modo che possano imparare a non dimenticare.