di Andrea Vitali - Garzanti
Anche il clero, si sa, ha i suoi problemi. Francesco è arrivato anche per bastonare e per rimetterlo in riga. Speriamo... Ma non tutta l'erba è un fascio, soprattutto nei lontani anni Venti (e scusate il gioco di parole).
Vitali ci accoglie con perizia e delicatezza in una sordida e peccaminosa storia in cui il clero lacustre sembra essere coinvolto.
Una storia brutta, che fa parlare le male lingue del luogo, e che partorisce lievi e poetiche lettere anonime che hanno l'obiettivo di sbattere in prima pagina i colpevoli.
Ma poi le nubi cominciano a diradarsi all'orizzonte, i venti si placano, le fronti si distendono e il paese ritrova le sue certezze.
All'ombra di bambini in arrivo dal sesso incerto, viaggi in treno 'addirittura' fuori dalla provincia e terrori all'orizzonte di trasferimenti e avvicendamenti.
Il paese ci tranquillizza, la storia ci conduce, e le menti si calmano.
Vitali è un toccasana per la crisi. Andrebbe diffuso e reso obbligatorio (la lettura dei suoi libri...) in tutto il paese.
Chi si rifiuta, un punto di spread in più.
lunedì 27 aprile 2015
Un regalo che non ti aspetti
di Daniel Glattauer - Feltrinelli
Ora che ho fondato il movimento "Per il lieto fine", libri di questo tipo non fanno altro che convincermi che divulgare messaggio positivi e 'confortare' il lettore con buoni finali sia una missione che nel mondo d'oggi sia fondamentale.
Questo non libro non è un capolavoro. È una fatica letteraria che parla di regali a chi ne ha bisogno, di aiuti a chi aiuta gli altri, di affetti e di amore.
È un libro che ci racconta il rapporto tra padre e figlio, all'amore che esiste tra loro.
Non è niente di che, ripeto.
Ma ti fa star bene alla fine.
Astenersi lettori perdigiorno.
Ora che ho fondato il movimento "Per il lieto fine", libri di questo tipo non fanno altro che convincermi che divulgare messaggio positivi e 'confortare' il lettore con buoni finali sia una missione che nel mondo d'oggi sia fondamentale.
Questo non libro non è un capolavoro. È una fatica letteraria che parla di regali a chi ne ha bisogno, di aiuti a chi aiuta gli altri, di affetti e di amore.
È un libro che ci racconta il rapporto tra padre e figlio, all'amore che esiste tra loro.
Non è niente di che, ripeto.
Ma ti fa star bene alla fine.
Astenersi lettori perdigiorno.
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lunedì 9 febbraio 2015
I pilastri della terra
di Ken Follett - Mondadori
Nei miei viaggi peregrini tra le pagine imbrattate di inchiostro, mi obbligo a volte a lasciarmi cadere tra le braccia degli autori più famosi, quelli che scrivono best sellers, campioni di incassi. Mai avevo letto qualche cosa di Ken Follett e ora posso dire capisco il perché.
Tra i tanti libri dell'autori milionario, ho scelto questo solo perché mi conduceva nel mio periodo storico più amato, il medioevo.
Ma questa è una storia gastronomica, non un'avventura storica.
Enogastronomica perché è una perenne 'ricetta' per fare il brodo, e per allungarlo a dismisura in modo da perpetrarne l'esistenza. Il problema è che alla fine, a furia di allungare, il brodo diventa acqua, orribilmente imbevibile.
Ha un solo fascino questo libro. Qualche chicca, vera o presunta tale non importa, sulla vita del tempo, sulle abitudini. Ma molte cose sono tagliate via, molte scelte narrative sono discutibili.
E poi non finisce mai, ogni volta si ricomincia daccapo, ripetendo fatti, azioni, angherie...
Ne sono uscito, e fine.
Ho letto un libro di Follett e finalmente so chi è.
Ora posso dedicarmi a ben altro.
Mi butto su un Vitali, proprio per rivitalizzarmi.
Nei miei viaggi peregrini tra le pagine imbrattate di inchiostro, mi obbligo a volte a lasciarmi cadere tra le braccia degli autori più famosi, quelli che scrivono best sellers, campioni di incassi. Mai avevo letto qualche cosa di Ken Follett e ora posso dire capisco il perché.
Tra i tanti libri dell'autori milionario, ho scelto questo solo perché mi conduceva nel mio periodo storico più amato, il medioevo.
Ma questa è una storia gastronomica, non un'avventura storica.
Enogastronomica perché è una perenne 'ricetta' per fare il brodo, e per allungarlo a dismisura in modo da perpetrarne l'esistenza. Il problema è che alla fine, a furia di allungare, il brodo diventa acqua, orribilmente imbevibile.
Ha un solo fascino questo libro. Qualche chicca, vera o presunta tale non importa, sulla vita del tempo, sulle abitudini. Ma molte cose sono tagliate via, molte scelte narrative sono discutibili.
E poi non finisce mai, ogni volta si ricomincia daccapo, ripetendo fatti, azioni, angherie...
Ne sono uscito, e fine.
Ho letto un libro di Follett e finalmente so chi è.
Ora posso dedicarmi a ben altro.
Mi butto su un Vitali, proprio per rivitalizzarmi.
venerdì 28 novembre 2014
Il telefono senza fili
di Marco Malvaldi - Sellerio
Questa nuova opera di Malvaldi non lascia il segno, racconta di un affaticamento narrativo. Non è che i vecchietti del BarLume ormai sono pronti per la pensione?
Il racconto seriale ha i suoi rischi: ripetitività, pericolo di scontatezza, a volte la noia.
Malvaldi è sacrosanto e dio ne abbia cura, ma come tutte le lunghe storie, anche le avventure a Pineta possono essere meno interessanti e meno avvincenti.
La cosa più intrigante del libro è il commissario, per nulla affabile, per nulla accondiscendente, ma pure sempre donna. E l'amore, forse sboccia, per il nostro barista, in piena espansione di business.
Aspettiamo il prossimo, con fiducia e con la certezza che sarà il migliore di tutti.
Questa nuova opera di Malvaldi non lascia il segno, racconta di un affaticamento narrativo. Non è che i vecchietti del BarLume ormai sono pronti per la pensione?
Il racconto seriale ha i suoi rischi: ripetitività, pericolo di scontatezza, a volte la noia.
Malvaldi è sacrosanto e dio ne abbia cura, ma come tutte le lunghe storie, anche le avventure a Pineta possono essere meno interessanti e meno avvincenti.
La cosa più intrigante del libro è il commissario, per nulla affabile, per nulla accondiscendente, ma pure sempre donna. E l'amore, forse sboccia, per il nostro barista, in piena espansione di business.
Aspettiamo il prossimo, con fiducia e con la certezza che sarà il migliore di tutti.
Morte di un uomo felice
di Giorgio Fontana - Sellerio
Gli anni passano e quello che era, a torto, un eterno presente diventa passato, quasi già storia.
Questo libro ti butta indietro, in un'epoca - sono passati quasi quarant'anni ormai - che necessariamente ti sei buttato alle spalle, sebbene ancora difficile da digerire.
Ricordo molto bene la mattina in cui il giudice Alessandrini è stato assassinato, a Milano, in mezzo alla strada - credo zona viale Umbria, ma non è fondamentale il luogo - in modo barbaro e, come sempre, traditore e vigliacco.
Il libro è straordinario perché si tiene alla larga dall'indagine in sé, non entra nei meandri investigativi, non è - perdonatemi la terribile esemplificazione - un giallo.
L'autore ci conduce nella conoscenza dell'uomo, delle sue crescenti angosce, del suo impegno familiare, delle sue crisi esistenziali e politiche, ci trascina dentro la sua personalità, raccontandocela.
Una prova di forza, questa dell'autore. Senza cadere nelle banalità qualunquistiche tipiche di certe analisi o racconti su quel periodo.
Un libro intimo, estremamente intimo, che ci sbatte in faccia la realtà privata, sempre trascurata dalla pubblica indignazione.
Bellissimo.
Gli anni passano e quello che era, a torto, un eterno presente diventa passato, quasi già storia.
Questo libro ti butta indietro, in un'epoca - sono passati quasi quarant'anni ormai - che necessariamente ti sei buttato alle spalle, sebbene ancora difficile da digerire.
Ricordo molto bene la mattina in cui il giudice Alessandrini è stato assassinato, a Milano, in mezzo alla strada - credo zona viale Umbria, ma non è fondamentale il luogo - in modo barbaro e, come sempre, traditore e vigliacco.
Il libro è straordinario perché si tiene alla larga dall'indagine in sé, non entra nei meandri investigativi, non è - perdonatemi la terribile esemplificazione - un giallo.
L'autore ci conduce nella conoscenza dell'uomo, delle sue crescenti angosce, del suo impegno familiare, delle sue crisi esistenziali e politiche, ci trascina dentro la sua personalità, raccontandocela.
Una prova di forza, questa dell'autore. Senza cadere nelle banalità qualunquistiche tipiche di certe analisi o racconti su quel periodo.
Un libro intimo, estremamente intimo, che ci sbatte in faccia la realtà privata, sempre trascurata dalla pubblica indignazione.
Bellissimo.
lunedì 27 ottobre 2014
Portami via con te
di Luana Semprini - Libromania
Il fatto è che queste offerte a poco più di un euro per un ebook per Kindle, forse fanno guadagnare qualcosa ad Amazon, sicuramente pochissimo all'autore, ma soprattutto si corre il rischio di cadere in libri che sanno proprio di poco.
Questo è l'ennesima prova 'inutile' a cui sono stato sottoposto nell'ultimo periodo.
Sarà la crisi, sarà la stanchezza, sarà la voglia di evadere, ma sotto un certo limite non bisognerebbe mai cadere.
Questa è una storia di un'inverosimile fuga dalla realtà di una donna che si lascia 'portare via' da uno appena incontrato per strada e che ha dei begli occhi - forse magnetici o forse ipnotici - occhi verdi.
E comincia una storia d'amore in un bel paesino dell'Ardeche che non sta in piedi, che puzza lontana mille miglia di artefizio e di impensabile.
Il tutto rovinato da un'evoluzione storta condita anche da cronaca nera pece.
E poi il finale, dio mio, neanche Biancaneve e si sette nani... Almeno lì c'è la strega che movimenta un po'.
Devo ritornare sulla terra degli uomini pensanti.
Devo resettarmi, devo rientrare nella linea, devo riprendere possesso delle mie facoltà mentali. Questo libro è il fondo dei fondi, e anche se gratti sotto non c'è proprio nulla.
Ed è solo colpa mia, aiuto!!!
Il fatto è che queste offerte a poco più di un euro per un ebook per Kindle, forse fanno guadagnare qualcosa ad Amazon, sicuramente pochissimo all'autore, ma soprattutto si corre il rischio di cadere in libri che sanno proprio di poco.
Questo è l'ennesima prova 'inutile' a cui sono stato sottoposto nell'ultimo periodo.
Sarà la crisi, sarà la stanchezza, sarà la voglia di evadere, ma sotto un certo limite non bisognerebbe mai cadere.Questa è una storia di un'inverosimile fuga dalla realtà di una donna che si lascia 'portare via' da uno appena incontrato per strada e che ha dei begli occhi - forse magnetici o forse ipnotici - occhi verdi.
E comincia una storia d'amore in un bel paesino dell'Ardeche che non sta in piedi, che puzza lontana mille miglia di artefizio e di impensabile.
Il tutto rovinato da un'evoluzione storta condita anche da cronaca nera pece.
E poi il finale, dio mio, neanche Biancaneve e si sette nani... Almeno lì c'è la strega che movimenta un po'.
Devo ritornare sulla terra degli uomini pensanti.
Devo resettarmi, devo rientrare nella linea, devo riprendere possesso delle mie facoltà mentali. Questo libro è il fondo dei fondi, e anche se gratti sotto non c'è proprio nulla.
Ed è solo colpa mia, aiuto!!!
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mercoledì 22 ottobre 2014
Lo strano caso dell'apprendista libraia
di Deborah Meyler - Garzanti
Ho l'obbiettivo assoluto mondiale intergalattico di leggere tutti i romanzi mai pubblicati al mondo che raccontano storie sui libri, sui luoghi dove i libri vengono venduti e sugli scrittori. Con questo sono cascato male.
Tutto ok, un libretto piacevole che racconta una storia minimal su libreria, librai, persone che ruotano intorno e soprattutto sulla storia d'amore (e di gravidanza) della protagonista.
Piacevole soprattutto forse sotto un ombrellone o all'ombra di un pino secolare perso tra i monti alpini.
Ma nulla più.
Ma soprattutto, irritante perché la libreria - la Civetta, a New York - è solo un espediente narrativo, anche mal riuscito, per trascinarci nelle vicende più o meno noiose, di una giovane londinese sbarcata tra le braccia delle Grande Mela per studiare.
E siccome la ragazza non è proprio brillante, e sembra arrivata dalla provincia più ignorante e non dalla capitale inglese, casca tra le braccia dell'ennesimo imbecille di cui ahimé il mondo è pieno, cade incinta come se fosse la più sprovveduta donna dell'universo, e si fa coinvolgere in un'improbabile storia matrimoniale, a metà tra le nozze riparatrici e la storia surreale.
E poi, a rotazione, i librai un po' inutili e asincroni, i senzatetto ancora più anacronistici, il cibo, le strade e le case lussuose di campagna della famiglia ricca di origine del ragazzotto dagli ormoni scoppiettanti.
Non sta in piedi, non solo perché è inutilmente stupida la storia, ma soprattutto perché si respira aria insopportabile di diario adolescenziale.
Eccheppalle!!!
Ho l'obbiettivo assoluto mondiale intergalattico di leggere tutti i romanzi mai pubblicati al mondo che raccontano storie sui libri, sui luoghi dove i libri vengono venduti e sugli scrittori. Con questo sono cascato male.
Tutto ok, un libretto piacevole che racconta una storia minimal su libreria, librai, persone che ruotano intorno e soprattutto sulla storia d'amore (e di gravidanza) della protagonista.
Piacevole soprattutto forse sotto un ombrellone o all'ombra di un pino secolare perso tra i monti alpini.
Ma nulla più.
Ma soprattutto, irritante perché la libreria - la Civetta, a New York - è solo un espediente narrativo, anche mal riuscito, per trascinarci nelle vicende più o meno noiose, di una giovane londinese sbarcata tra le braccia delle Grande Mela per studiare.
E siccome la ragazza non è proprio brillante, e sembra arrivata dalla provincia più ignorante e non dalla capitale inglese, casca tra le braccia dell'ennesimo imbecille di cui ahimé il mondo è pieno, cade incinta come se fosse la più sprovveduta donna dell'universo, e si fa coinvolgere in un'improbabile storia matrimoniale, a metà tra le nozze riparatrici e la storia surreale.
E poi, a rotazione, i librai un po' inutili e asincroni, i senzatetto ancora più anacronistici, il cibo, le strade e le case lussuose di campagna della famiglia ricca di origine del ragazzotto dagli ormoni scoppiettanti.
Non sta in piedi, non solo perché è inutilmente stupida la storia, ma soprattutto perché si respira aria insopportabile di diario adolescenziale.
Eccheppalle!!!
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giovedì 16 ottobre 2014
Woodstock
di Michael Lang - Arcana
Mah, mah...non l'avevo acquistato al momento della sua uscita in occasione del quarantennale. E forse la decisione era stata giusta.
Se Woodstock è il punto di arrivo di una generazione;
Se Woodstock è l'apice della musica rock;
Se Woodstock è ciò che la sua generazione e quelle future hanno sognato per sempre;
Se Woodstock è il massimo concentrato dei migliori gruppi rock - e non solo - della fine degli anni '60 (e quindi anche di oggi)
Se Woodstock è un'esperienza sociale che mai si era vissuta prima e che a maggior ragione non si è mai più vista dopo
Se Woodstock è una tappa fondamentale nella storia del '900
Se Woodstock...
beh, allora, questo libro è un'occasione mancata per raccontare, punto.
Credo che chiunque abbia acquistato questo libro si aspettasse di sapere sì come è nata l'idea, come si è generata e sviluppata, ma soprattutto volesse avere un racconto direttamente dal vivo di ciò che sono stati quei tre giorni.
Invece, questo, è un libro, scusate l'ardire, di management dove si racconta una storia 'aziendale', di prestiti e finanziamenti, di pagamenti, di gestione.
Bellissimo, ma un po' residuale rispetto alle aspettative di chi vuole sapere di più del festival.
L'ultima parte, che un po' - solo un po'... - racconta la tre giorni dell'agosto 1969, ci lascia qualche sparuto parere di qualche protagonista, che più che altro parla dell'autore e delle sue capacità organizzative.
Bellissimo, o meglio, interessante, ma veramente parziale.
Forse sarebbe stato meglio un doppio volume in cui in uno si aggiorna il lettore su come 'l'impresa' Woodstock nasce e muore tra debiti e contrasti societario/legali, e un'altro in cui si racconta la tre giorni, si legge quello che i protagonisti dal palco hanno vissuto e pensato, si narra la musica e chi ha assistito alle performance.
Probabilmente libri come questi ce ne sono in circolazione, ma avere tutto ciò da chi Woodstock l'ha creata e vissuta in prima persona - vista l'autorevolezza - credo che sarebbe stato meglio.
Un'occasione mancata, cosa che il film invece raccoglie alla grande.
Peccato.
Mah, mah...non l'avevo acquistato al momento della sua uscita in occasione del quarantennale. E forse la decisione era stata giusta.
Se Woodstock è il punto di arrivo di una generazione;
Se Woodstock è l'apice della musica rock;
Se Woodstock è ciò che la sua generazione e quelle future hanno sognato per sempre;
Se Woodstock è il massimo concentrato dei migliori gruppi rock - e non solo - della fine degli anni '60 (e quindi anche di oggi)
Se Woodstock è un'esperienza sociale che mai si era vissuta prima e che a maggior ragione non si è mai più vista dopo
Se Woodstock è una tappa fondamentale nella storia del '900
Se Woodstock...
beh, allora, questo libro è un'occasione mancata per raccontare, punto.
Credo che chiunque abbia acquistato questo libro si aspettasse di sapere sì come è nata l'idea, come si è generata e sviluppata, ma soprattutto volesse avere un racconto direttamente dal vivo di ciò che sono stati quei tre giorni.
Invece, questo, è un libro, scusate l'ardire, di management dove si racconta una storia 'aziendale', di prestiti e finanziamenti, di pagamenti, di gestione.Bellissimo, ma un po' residuale rispetto alle aspettative di chi vuole sapere di più del festival.
L'ultima parte, che un po' - solo un po'... - racconta la tre giorni dell'agosto 1969, ci lascia qualche sparuto parere di qualche protagonista, che più che altro parla dell'autore e delle sue capacità organizzative.
Bellissimo, o meglio, interessante, ma veramente parziale.
Forse sarebbe stato meglio un doppio volume in cui in uno si aggiorna il lettore su come 'l'impresa' Woodstock nasce e muore tra debiti e contrasti societario/legali, e un'altro in cui si racconta la tre giorni, si legge quello che i protagonisti dal palco hanno vissuto e pensato, si narra la musica e chi ha assistito alle performance.
Probabilmente libri come questi ce ne sono in circolazione, ma avere tutto ciò da chi Woodstock l'ha creata e vissuta in prima persona - vista l'autorevolezza - credo che sarebbe stato meglio.
Un'occasione mancata, cosa che il film invece raccoglie alla grande.
Peccato.
mercoledì 24 settembre 2014
I clienti di Avrenos
di Georges Simenon - Adelphi
A volte Simenon scrive 'in trasferta' e il risultato - se possibile - è l'aumento dell'angoscia, dell'assurdo. In questo caso la tragedia si consuma in terra turca.
Tanto angoscioso e tanto insopportabile questa ennesima storia della solitudine, che trasloca velocemente nella commedia dell'assurdo, per dinamica e per i protagonisti.
Come sempre il protagonista si ritrova stritolato in un meccanismo di vita che forse non sceglie, che forse non vuole ma che non riesce a mutare.
È una storia a Istanbul che si trascina senza capo né coda e che vede protagonista una sorta di 'inutile' funzionario dell'ambasciata francese che trascina le sue scarse volontà, e le sue insoddisfazioni, tra una giorni perduti, amori irrisolti, e costrizioni sociali.
Se possibile, è uno dei romanzi più angosciosi e strazianti del genio belga, all'insegna dell'ineluttabilità della vita umana e dell'incapacità cronica di ribellarsi agli eventi che si rincorrono.
Faticoso, molto faticoso, disturba, ti mette all'angolo e ti fa fare tante domande dentro di te.
E brutto, un brutto romanzo che vuoi scacciare via dal tuo comodino il più velocemente n possibile, per ritrovarsi altrettanto velocemente tra pagine più rassicuranti e con qualche luce in fondo al tunnel.
La fine drammatica del libro, con quelle pagine 'dimenticate' che concludono la fatica letteraria, sono quanto di più cinico che si possa pensare.
Ho bisogno di una doccia...
A volte Simenon scrive 'in trasferta' e il risultato - se possibile - è l'aumento dell'angoscia, dell'assurdo. In questo caso la tragedia si consuma in terra turca.
Tanto angoscioso e tanto insopportabile questa ennesima storia della solitudine, che trasloca velocemente nella commedia dell'assurdo, per dinamica e per i protagonisti.
Come sempre il protagonista si ritrova stritolato in un meccanismo di vita che forse non sceglie, che forse non vuole ma che non riesce a mutare.
È una storia a Istanbul che si trascina senza capo né coda e che vede protagonista una sorta di 'inutile' funzionario dell'ambasciata francese che trascina le sue scarse volontà, e le sue insoddisfazioni, tra una giorni perduti, amori irrisolti, e costrizioni sociali.Se possibile, è uno dei romanzi più angosciosi e strazianti del genio belga, all'insegna dell'ineluttabilità della vita umana e dell'incapacità cronica di ribellarsi agli eventi che si rincorrono.
Faticoso, molto faticoso, disturba, ti mette all'angolo e ti fa fare tante domande dentro di te.
E brutto, un brutto romanzo che vuoi scacciare via dal tuo comodino il più velocemente n possibile, per ritrovarsi altrettanto velocemente tra pagine più rassicuranti e con qualche luce in fondo al tunnel.
La fine drammatica del libro, con quelle pagine 'dimenticate' che concludono la fatica letteraria, sono quanto di più cinico che si possa pensare.
Ho bisogno di una doccia...
lunedì 15 settembre 2014
Il memoriale di Yalta
di Palmiro Togliatti - Sellerio
Cinquant'anni esatti dalla morte di Togliatti, e la commemoriamo con la rilettura del memoriale, terminato di scrivere il giorno prima di morire.
Un breve testo che non è il classico 'testamento' politico, ma che è una riprova della grande capacità di analisi politica del segretario del Pci, la grande esperienza e visione e che va contro alle tesi che era un burattino in mano al Pcus.
In queste poche pagine emerge tutta la consapevolezza dell'indipendenza dei partiti comunisti da Mosco, delle vie al socialismo che devono essere tracciate e difese localmente, dell'autonomia delle scelte di ogni partito.
E poi la determinazione (a torto o a ragione) - all'epoca all'ordine del giorno - della politica di Pechino, definita avventuristica e deviazionista, oltre che di fatto espansionistica e imperialistica.
Uno scontro tra le due linee, tra due colossi che si contendevano, Urss da una parte e la Cina Popolare dall'altra, non solo l'egemonia ideologica nella sinistra, ma anche quella territoriale, soprattutto sui paesi del terzo mondo asiatico.
Il linguaggio del libro è bellissimo, sostanziale, netto, senza alcun fronzolo stilistico.
È un salto in un passato che non c'è più, che ci fa ancora di più storcere la bocca a quello che l'oggi ci butta in faccia regolarmente.
Che tristezza...
Cinquant'anni esatti dalla morte di Togliatti, e la commemoriamo con la rilettura del memoriale, terminato di scrivere il giorno prima di morire.
Un breve testo che non è il classico 'testamento' politico, ma che è una riprova della grande capacità di analisi politica del segretario del Pci, la grande esperienza e visione e che va contro alle tesi che era un burattino in mano al Pcus.
In queste poche pagine emerge tutta la consapevolezza dell'indipendenza dei partiti comunisti da Mosco, delle vie al socialismo che devono essere tracciate e difese localmente, dell'autonomia delle scelte di ogni partito.
E poi la determinazione (a torto o a ragione) - all'epoca all'ordine del giorno - della politica di Pechino, definita avventuristica e deviazionista, oltre che di fatto espansionistica e imperialistica.
Uno scontro tra le due linee, tra due colossi che si contendevano, Urss da una parte e la Cina Popolare dall'altra, non solo l'egemonia ideologica nella sinistra, ma anche quella territoriale, soprattutto sui paesi del terzo mondo asiatico.
Il linguaggio del libro è bellissimo, sostanziale, netto, senza alcun fronzolo stilistico.
È un salto in un passato che non c'è più, che ci fa ancora di più storcere la bocca a quello che l'oggi ci butta in faccia regolarmente.
Che tristezza...
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