Vitali è sempre fenomenale. Sia nella creazione di storie al limite del surreale, sia per i contesti e gli ambienti, sia per i personaggi, sia per i loro nomi propri, vere chicche in ricordo di un mondo che non c'è più. Ma questa volta c'è un ma.
Le bocce, le mele, i funerali, il passato che ritorna, le gite, i pullman e l'ineffabile e onnipresente sciur curato che tutto guida e tutto maneggia, aiutato e imbeccato dall'impareggiabile perpetua. C'è tutto in questo in questa nuova storia lacustre, questa volta ambientata alla fine degli anni '50.
È l'ennesimo racconto che ci mostra l'Italietta di quegli anni, un po' bigotta e molto beghina, solidale e chiusa a riccio, ignorante ma buona e seria lavoratrice.Ma questa volta, come dicevo, c'è un ma.
È come se Vitali si fosse trovato senza carta, o con la penna senza inchiostro. Oppure, per darci una ventata innovativa, come se al computer di lavoro, improvvisamente fosse mancata la luce, e lo scrittore non avesse più alcun modo di continuare.
Oppure, più banalmente, l'autore si è semplicemente stufato di tuta quella gente e l'ha piantata lì.
Il finale, ecco.
Mozzato lì, lasciato alla libera interpretazione, o meglio alla libera immaginazione.
Sicuramente una scelta, ma io alla fine ho girato l'ultima pagina convinto che ce ne sarebbero state altre, e invece sono rimasto lì come un baluba.
Secondo me manca qualcosa...








Vitali comincia a dare segni di affaticamento letterario. Se avessi potuto parlare con l'editor della Garzanti che ha curato il libro prima della pubblicazione gli avrei suggerito un drastico alleggirimento. Si ripete, si attorciglia, si riparla addosso. L'atmosfera è sempre quella, lontana e per questo affascinante. Ma i personaggi, punto di forza dei libri di Vitali, in questo ultimo lavoro sono pesanti, lenti e affaticati. Tornano come una giostra, annoiando. Bellano rimane splendida.